Sacco, Vanzetti e gli anarchici italiani negli Stati Uniti

La memoria svanita

(da "Dynamite Girl", Nova Delphi Libri)

 

Quando lo storico Salvatore Salerno arrivò a Paterson, New Jersey, per documentarsi sulla comunità anarchica italo-americana, trovò poco o nulla.

Nulla nella Biblioteca Pubblica; nulla negli archivi della Società Storica dello Stato; nulla nei documenti conservati dal sindacato.

Neppure la grande mostra “La vita ai tempi di Silk City”, prodotta con il contributo di tre musei locali, faceva il minimo cenno agli avvenimenti di inizio Novecento e al grande sciopero del 1913 che, invece, veniva rapidamente derubricato da un documentario televisivo del 1992 a “uno dei grandi disastri naturali vissuti dalla città” insieme all’incendio del 1902 e all’inondazione del 1903.

Alcuni storici locali, interpellati al proposito, si limitarono a ricordare quello sciopero come “l’inizio della fine” per il centro nazionale di produzione della seta che era stato, fino ad allora, Paterson.

Non andò molto meglio a Salerno negli incontri con i discendenti diretti dei protagonisti che ancora vivevano in città. Molti di loro, bambini all’epoca dei fatti, definivano genitori e parenti genericamente “socialisti”. Soltanto una donna ricordò una storia, raccontatale dal padre, di un suo zio e altri due uomini arrestati per l’attentato a Wall Street e portati a Ellis Island sotto minaccia di deportazione. La madre e la zia della donna partivano la domenica per portare del cibo agli arrestati, ma questo era tutto ciò che il padre le aveva confidato. Alla richiesta di ulteriori particolari, l’uomo aveva chiuso la questione con un “questa storia finisce così!” che non ammetteva repliche.

Eppure Paterson, agli inizi del Novecento, era una roccaforte anarchica italiana. In una comunità di diecimila persone erano tra 350 e 500 i militanti ma erano almeno in 4.000 a mobilitarsi per comizi, manifestazioni, scioperi e feste.

Quasi metà degli emigrati negli Stati Uniti abbandonarono il paese dopo un certo periodo per tornare in Italia o cercare fortuna altrove. Gli altri confluirono nelle Little Italy createsi nelle città, frantumandole in Piccola Puglia, Piccola Romagna, Piccola Sicilia, ciascuna con i propri sarti, ciabattini, panificatori e barbieri.

La minoranza di lavoratori qualificati era spinta verso i luoghi dove ritrovare l’impiego svolto in Italia. I tessitori del comasco e del pratese si raggrupparono a Paterson dove, nel 1895, verrà pubblicato il primo numero della rivista “La Questione Sociale”; i cavatori di Carrara andarono a ricostituire una robusta comunità nella “città del granito” di Barre, Vermont, dove vedrà la luce, nel 1903, la rivista “Cronaca Sovversiva”. [...]

Il primo circolo italiano, il “Gruppo Socialista Anarchico Rivoluzionario Carlo Cafiero” nacque a New York nel 1885. Tre anni dopo editerà anche il primo giornale: “L’Anarchico”. Un secondo circolo con lo stesso nome aprì a Chicago nel 1887.

Nel 1904 si contavano 14 circoli nel New Jersey, otto in Pennsylvania, sei a New York, cinque in Illinois, quattro in Massachusetts, tre in Connecticut, due in Michigan e Vermont, uno in Maryland, Ohio, Indiana, Missouri, Kansas e California.

Oltre cento giornali furono scritti, stampati e diffusi nelle ore rubate al sonno, finanziati con i centesimi sottratti a cibo e vestiario.

Le comunità che si raccoglievano attorno a questi circoli sperimentavano nuove forme di convivenza: una volta terminata la giornata lavorativa, inevitabilmente condotta secondo le regole, i ritmi e gli scopi imposti dal Capitale, la sera si trasformava in un’oasi libertaria fatta di serate culturali, mobilitazione politica, feste, cene sociali, gruppi teatrali e musicali, biblioteche e mutuo soccorso.

A Paterson, ricorda William Gallo, “gli anarchici italiani aprirono una cooperativa con una drogheria e un piccolo club al piano di sopra. Si incontravano praticamente ogni sera. Giocavano a carte, bevevano un bicchiere di vino o di birra, ma non troppi liquori. Ogni sabato c’era un ballo, con la musica suonata da un’orchestrina. Io suonavo la chitarra, Henry il violino. Mio cognato Spartaco suonava il mandolino”.

Un “Almanacco Sovversivo” riportava le date da ricordare (il Primo Maggio, la presa della Bastiglia, la Comune di Parigi, l’uccisione di Re Umberto) in alternativa alle feste religiose e nazionali. Erano i giorni in cui uomini e donne indossavano “qualcosa di rosso”: cravatte, garofani o nastri.

Molti circoli avevano costituito delle “filodrammatiche” dove gruppi di iscritti si cimentavano nella rappresentazione dei lavori di diversi autori, primo fra tutti Pietro Gori, le cui opere contribuirono a estendere l’influenza delle idee anarchiche tra gli immigrati ben oltre l’effettiva consistenza numerica dei singoli circoli.

Un’influenza che i giornali americani, nelle loro campagne xenofobe, tramutavano in peste portata da esseri subumani “vomitati dai bassifondi dell’Europa” che, abbandonando le navi, raggiungevano il sacro suolo stringendo coltelli fra i denti e portando cappelli con le scritte “Mafia” e “Anarchia”. [...]

Le due figure carismatiche attorno alle quali si raccolse e si divise l’emigrazione anarchica italiana furono Luigi Galleani e Carlo Tresca, sempre in feroce e inconciliabile contrapposizione.

Come mai questa storia, sicuramente minoritaria, eppure così ricca e diffusa, è stata quasi completamente cancellata dalla memoria, non tanto del potere statunitense, maestro nel selezionare accuratamente la parte da tramandare a sua eterna gloria, quanto degli stessi immigrati che ne furono protagonisti o diretti discendenti?

La paura fu, certamente, uno dei motivi. Gli anarchici non portarono la violenza negli Stati Uniti, ne trovarono in abbondanza al loro arrivo ma, come scriveva Malatesta:

Lo schiavo è sempre in istato di legittima difesa e quindi la sua violenza contro il padrone, contro l’oppressore è sempre moralmente giustificabile e deve essere regolata solo dal criterio dell’utilità e dell’economia dello sforzo umano e delle sofferenze umane[1].

Se questa posizione scavava un solco tra rivoluzionari e riformisti, l’utilizzo dell’attentato come arma di “legittima difesa” e le diverse valutazioni sul criterio dell’utilità provocarono ulteriori divisioni tra gli stessi anarchici e all’interno del movimento rivoluzionario nel suo complesso. Gli antiorganizzatori di Galleani non si fecero frenare né dalle critiche interne al movimento né da leggi sempre più specifiche e repressive, considerando gli Stati Uniti solo una tappa dell’attività insurrezionale che li avrebbe riportati in Italia non appena fossero giunti chiari segnali di una possibile rivoluzione.

Ma la situazione cambiò quando alla repressione durissima e prolungata si unì la caduta dell’Italia nelle mani di Mussolini. Governo americano e Fascismo scoprirono di avere un nemico in comune: quei sovversivi che rallentavano la gioiosa corsa del liberismo da una parte e procuravano discredito al nuovo regime dall’altra. Le due istituzioni non esitarono a collaborare formando i bracci di una tenaglia che rischiò di stritolare il movimento, con l’automatica espulsione dagli Stati Uniti di chiunque fosse riconosciuto anarchico e la deportazione in Italia dove li attendevano, nella migliore delle ipotesi, carcere duro e confino.

Questo creò inevitabilmente una frattura fra lo zoccolo duro dei militanti che continuarono la lotta fino a pagarne, spesso, le estreme conseguenze, e la massa dei semplici o potenziali simpatizzanti che chinarono la testa in attesa di tempi migliori e si abituarono a considerare parenti e conoscenti, coinvolti in prima persona in quelle vicende, come qualcuno che si era messo nei guai sfidando un potere troppo forte.

Di tempi migliori non ne sarebbero arrivati, non per l’anarchismo così come si era sviluppato fino ad allora, ma molte delle loro battaglie anticiparono di quasi un secolo quelle dei movimenti per i diritti civili, l’emancipazione femminile, l’ecologismo e contro il razzismo.

 

Francesco Saverio Merlino

Gaetano Bresci

Luigi Galleani

Carlo Tresca

Raffaele Schiavina

Ferdinando (Nicola) Sacco

Bartolomeo Vanzetti

Michele Schirru

Carlo Valdinoci

Gabriella Antolini

Andrea Salsedo

Mario Buda

Rosina Zambelli

Nestore Dondoglio

Aldino Felicani

Armando Borghi

Virgilia D'Andrea

Attilio Bortolotti

Nicola Recchi

Riccardo Orciani

Ludovico Caminita

Ernesto Bonomini

Valerio Isca

Calogero Greco

Donato Carillo

Osvaldo Maraviglia

Umberto Lanciotti

Maria Giaconi

Costantino Denurra

Maria Nardini

Joe Cono

Carlo Abate

Alberto Guabello

Mattia Giurelli

Umberto Postiglione

Efisio Zonchello

A novant'anni dalla loro uccisione, Sacco e Vanzetti sono ricordati soprattutto come vittime di un'ingiustizia perpetrata dal potere giudiziario di una nazione che pretende da sempre di essere un esempio di democrazia da esportare in tutto il mondo. Anche a suon di bombe, se necessario. 

Ma chi erano davvero i due anarchici emigrati agli inizi del '900? Perché fecero paura, assieme ai loro compagni, tanto da inventare un'accusa falsa, sostenuta in un processo-farsa, pur di far tacere la loro voce?

Cerchiamo di dare una risposta raccontando una storia sconosciuta ai più, con percorsi di lettura, foto, video e documenti originali dalla collezione Felicani, conservata alla Boston Public Library.

La Questione Sociale
La Questione Sociale
Paterson (NJ) 11 agosto 1900
La filodrammatica di Barre
Copertina dell'atto unico "Il Figlio" del Circolo Studi Sociali di Barre, Vermont
Matricolati!
Comparso su Cronaca Sovversiva del 26 maggio 1917, l'articolo di Galleani esortava gli anarchici a non registrarsi per la coscrizione.
Cronaca Sovversiva
Cronaca sovversiva. (Barre, Vt.), 18 luglio 1918
La salute è in voi!
Opuscolo del 1905, venduto al costo di 25 cent., che insegna a fabbricare ordigni esplosivi.
Estratto da La salute è in voi!
Luigi e Maria Galleani
Nella loro casa a Lynn, Massachusets
Andrea Salsedo Editore
Su Cronaca Sovversiva l'annuncio della pubblicazione delle memorie di Clement Duval, edite da Andrea Salsedo
Nestore Dondoglio
Conosciuto come il rinomato chef Jean Crones, Dondoglio avvelena l'arcivescovo di Chicago e 200 suoi ospiti nel 1916.
(Scranton Republic 21 febbraio 1916.
Processo a "Dynamite Girl"
Gabriella Antolini ritratta da Maude Martin Evers per il Chicago Tribune del 19 gennaio 1918
Attentato a Palmer
2 giugno 1919, attentato dinamitardo contro la casa del Procuratore Generale Palmer, compiuto da Carlo Valdinoci
Carlo Valdinoci
L'unica foto di Valdinoci in possesso della polizia all'epoca dell'attentato.
Plain Words
Il volantino trovato sui luoghi degli attentati dinamitardi del 1919.
Bomba a Wall Street
Attentato del 16 dicembre 1920, attribuito dalla polizia a Mike Boda (Mario Buda).
copia firmata da Emilio Coda
Facing The Chair di John Dos Passos
Clement Duval
1930,Hartford, Connecticut. Duval, ricercato dalla polizia, è fatto passare per "nonno" di Raffaele Schiavina. Qui con Gabriella Antolini.
Ernesto Bonomini
Providence, Rhode Island.
Bonomini, dopo i sei anni di galera per l'uccisione di una spia fascista a Parigi. Qui con Gabriella Antolini.
Assassinio di Carlo Tresca
New York, 11 gennaio 1943
Commemorazione di Tresca
New York, 11 gennaio 1949
Comunità anarchica Mohegan
Mohegan Colony, USA 1949; pic nic di raccolta fondi per la stampa anarchica del movimento italo-americano, da sinistra a destra in piedi: Massima Pirani, Armando Borghi, Rudolf Rocker, Pasquale Buono, (?) Ciccone, Frank Loforese, John Vattuone; sedute: Catherine Ciccone, Sarah Buono, Elvira Vattuone, Catina Ciulla, Ida Pilat Isca
(foto di Valerio Isca)
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Pietro Gori

Giuseppe Ciancabilla

SCHIERE DI FRATELLI

da "Dynamite Girl", Nova Delphi Libri

Il primo ad attraversare l’oceano fu l’avvocato napoletano Francesco Saverio Merlino, sbarcato a New York nel 1892 all’età di 36 anni. Durante l’anno di permanenza viaggiò da una costa all’altra per tenere conferenze nei circoli anarchici italiani. Fondò anche due giornali: “Il Grido Degli Oppressi” in italiano e “Solidarity” per i lavoratori di seconda generazione ormai padroni della lingua inglese, auspicando l’ingresso degli anarchici nelle organizzazioni operaie in polemica con le posizioni individualiste e antiorganizzatrici. Rientrato in Italia nel 1894 sconterà due anni di carcere per una vecchia pendenza giudiziaria prima di riprendere la professione di avvocato e difendere Gaetano Bresci nel processo per l’uccisione di Re Umberto.

Un altro avvocato in esilio, il trentenne messinese Pietro Gori, arrivò nel 1895. Difensore di Sante Caserio, l’anarchico ghigliottinato in Francia per aver ucciso il Presidente Sadi Carnot, era stato accusato di essere il mandante morale dell’omicidio e aveva cercato rifugio in Svizzera, dove era stato arrestato ed espulso insieme ad altri 17 esuli politici. Gori, musicista e scrittore, dedicò all’evento la canzone “Addio a Lugano” che apparve per la prima volta nel “Canzoniere dei Ribelli” pubblicato nel 1904 a Barre. Da New York si spostò nel paese per almeno quattrocento conferenze che iniziava accompagnandosi con la chitarra in una serie di canzoni, i cui testi erano di più facile assimilazione per molti immigrati che, spesso, parlavano e comprendevano solo il dialetto della zona di provenienza (Nostra patria è il mondo intiero/ nostra legge è la libertà/ ed un pensiero/ ribelle in cor ci sta/ Dovunque uno sfruttato si ribelli/ noi troveremo schiere di fratelli).

I suoi canti, poemi e lavori teatrali furono ripresi e recitati nei circoli anarchici di tutto il paese. Prima di ripartire per l’Europa Gori contribuì a lanciare la rivista “La Questione Sociale”, il cui primo numero vide la luce il 15 luglio 1895 a Paterson.

Ed è a Paterson che si rifugiò il ventiseienne perugino Giuseppe Ciancabilla, fuggito dall’Italia dopo aver inutilmente tentato di uccidere il generale Bava Beccaris, responsabile del massacro di centinaia di lavoratori che protestavano a Milano contro il rincaro del pane, il 7 maggio 1898. Riparato in Svizzera, ne era stato espulso per aver apertamente solidarizzato con Luigi Lucheni, il pugnalatore della principessa “Sissi” d’Austria. Dopo aver assunto la direzione de “La Questione Sociale”, Ciancabilla sarà sostituito nel 1899 da Errico Malatesta, giunto negli Stati Uniti quello stesso anno, ed entrerà in polemica con lui sulla questione dell’organizzazione del movimento anarchico.

Scriveva Malatesta:

Un’organizzazione anarchica deve essere fondata, secondo me, sulla piena autonomia, piena indipendenza, e quindi piena responsabilità degl’individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gl’impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all’organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve essere fatto liberamente, in modo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia.[1]

Ribatteva Ciancabilla:

Noi siamo l’aristocrazia del proletariato. I cavalieri dell’ideale. La massa dorme, i socialisti s’illudono. Lo sanno Pisacane, Carlo Cafiero, lo stesso Malatesta e tutti coloro che hanno preparato una rivoluzione di massa e che, al primo tentativo, si sono ritrovati in tre gatti di fronte al plotone o alla galera… Siamo nemici di ogni forma di organizzazione perché respingiamo ogni forma di autorità. Noi dobbiamo dare l’assalto allo Stato non per prendere il posto dei borghesi, ma per distruggerlo completamente.[2]

Dopo una parentesi tra i minatori di Spring Valley, Ciancabilla si trasferì a West Hoboken, dove fondò il giornale “L’Aurora”, e infine a San Francisco dove fece nascere la rivista “La Protesta Umana”. Nel frattempo, incapace di tenersi dentro certe opinioni, si era rimesso nei guai con le autorità esprimendo la sua solidarietà all’uccisore del presidente McKinley, esattamente come aveva fatto con Lucheni in Svizzera, e questa opinione gli costò alcuni mesi in carcere. Morirà il 15 settembre 1904, a soli trentadue anni.

Le divergenze con Ciancabilla sono spesso ricordate come probabile motivo dell’attentato subito da Malatesta durante un comizio a New Hoboken, nel New Jersey, quando Domenico Pazzaglia (un barbiere che alcune fonti indicano come “seguace” di Ciancabilla) lo ferì a una gamba sparando da distanza ravvicinata. Pazzaglia fu bloccato subito dopo lo sparo da Gaetano Bresci, il trentenne operaio tessile pratese già schedato come “anarchico pericoloso” in Italia e inviato al confino a Lampedusa nel 1895. Amnistiato un anno dopo, emigrò negli Stati Uniti e trovò lavoro a Paterson dove lo raggiunse la notizia del massacro di Bava Beccaris a Milano. Fu soprattutto la successiva decorazione che Re Umberto I conferì al generale a farlo decidere di tornare in Italia per uccidere, come dirà, non “Umberto” ma “il Re”, simbolo di un potere assassino. Condannato ai lavori forzati a Ventotene, Bresci verrà trovato “suicidato” in cella, come tanti anarchici prima e dopo di lui, il 22 Maggio 1901.

Poco meno di un mese dopo l’attentato a McKinley sbarcò negli Stati Uniti il quarantenne avvocato vercellese Luigi Galleani, la cui coscienza politica era maturata nel solco dell’anarco-comunismo tracciato da Reclus e Kropotkin, cioè del comunismo inteso come “fondazione economica con la quale l'individuo usufruisce dell'opportunità di autogestirsi e fare le sue funzioni”. Contrario a ogni forma di organizzazione, anche quelle che si definivano “rivoluzionarie” perché inevitabilmente portate all’utilizzo della delega, del centralismo e della burocrazia, Galleani si differenziava però dalla corrente individualista riconoscendo la funzione storica e rivoluzionaria del proletariato.

Allontanatosi dall’Italia, dove l’aria s’era fatta pesante a causa della sua attività nel movimento operaio piemontese, era finito in Francia giusto per il tempo di farsi arrestare durante una manifestazione e farsi espellere. Riparato in Svizzera, aveva collaborato con Elisée Reclus, a sua volta esiliato dalla Francia per essere stato tra i combattenti più in vista nella Comune di Parigi, alla stesura della “Nouvelle Géographie Universelle” senza, peraltro, interrompere l’attività politica che lo portò a essere nuovamente espulso per aver organizzato una manifestazione all’università di Ginevra in ricordo dei martiri di Chicago.

Al congresso socialista di Genova del 1892, dove si consumò la scissione tra riformisti e rivoluzionari, furono Galleani e Pietro Gori a sostenere le tesi degli anarchici in contrapposizione a Turati e Prampolini. Nel dicembre dell’anno successivo fu condannato con altri trentaquattro imputati per essersi “in attuazione delle teorie anarchiche da essi professate, associati per commettere delitti contro la proprietà, le persone, la incolumità e l'amministrazione della giustizia” e inviato al confino a Pantelleria. Il deputato socialista Morgari propose a Galleani di candidarsi alle elezioni per poter conquistare la libertà, ma lui rispose: "Se di qui si deve uscire inchinando una bandiera che non sia la nostra, se la liberazione dovrà essere subordinata ad una transazione, meglio restare!".

Nei cinque anni trascorsi sull’isola Galleani riuscì ad aprire una scuola popolare per i ragazzi del luogo (tra loro il giovane Andrea Salsedo che ritroverà anni dopo a New York) e, grazie alla complicità di alcuni marinai delle imbarcazioni che attraccavano giornalmente, si mise in contatto con Malatesta, confinato a Lampedusa. Lo scambio di comunicazioni a distanza permise ai due di far nascere il foglio clandestino “I Morti”. Fuggito da Pantelleria grazie all’aiuto di Réclus e altri anarchici, raggiunse la colonia di fuorusciti italiani in Egitto da dove, dopo l’ennesima minaccia di espulsione, partì per gli Stati Uniti transitando da Londra.

A Paterson Galleani sostituì Malatesta nella direzione de “La Questione Sociale”, riportando la rivista sulle posizioni antiorganizzazione.

Poco dopo il suo arrivo, nel 1902 scoppiò lo sciopero dei tessili, una dura vertenza contrassegnata dalla feroce repressione che porterà all’uccisione di diversi lavoratori. Durante uno degli scontri, Galleani fu ferito al volto da un colpo d’arma da fuoco mentre arringava la folla e, per evitare l’arresto, fuggì in Canada. Riattraversato clandestinamente il confine si recò a Barre, tra gli anarchici carraresi, dove fondò “Cronaca Sovversiva”, il foglio che diventò punto di riferimento per una larga parte di militanti, con una tiratura che, negli anni, si mantenne tra le quattromila e le cinquemila copie. Fu la tribuna ideale per diffondere la teoria della “propaganda col fatto”, cioè quell’azione diretta che nelle parole di Kropotkin è “la rivolta permanente mediante la parola, lo scritto, il pugnale, il fucile, la dinamite”, e per imbastire feroci polemiche con le altre componenti anarchiche e della sinistra in generale. Galleani, costretto a firmare con uno pseudonimo gli articoli a causa del suo illegale ritorno nel paese, venne smascherato dal direttore dell’organo socialista “Il Proletario” Giacinto Menotti Serrati che, dopo un prolungato scambio di articoli polemici, ne rivelò la vera identità facendolo arrestare. Processato nell’aprile 1907, Galleani beneficiò delle divisioni tra i giurati che non trovarono l’accordo sul verdetto e ne decretarono la liberazione. Pochi mesi dopo, “Cronaca Sovversiva” pubblicò il primo articolo di quello che diventerà uno dei suoi elaborati più rilevanti: “La fine dell’anarchismo?”. Si trattava della risposta a un’intervista con lo stesso titolo (ma senza il punto interrogativo) rilasciata al quotidiano torinese “La Stampa” da Saverio Merlino che raccontava la sua uscita dal movimento anarchico per entrare tra le fila dei socialisti. Così si concludeva la risposta di Galleani:

Bisogna, semplicemente, persistere nel compito immutato: accendere nelle menti del proletariato la fiamma dell’idea, accendergli nel cuore la fede nella libertà e nella giustizia, dare alle braccia ansiosamente protese una fiaccola ed una scure. La più pura e nobile elevazione, nel grembo plebeo, del nostro superiore ideale; una incessante spregiudicata educazione rivoluzionaria; una cauta ma vigorosa preparazione all’insurrezione armata.

Un programma? Un proposito; forse soltanto una condizione, ma a questa condizione: l’Anarchia sarà![3]

Ma la pubblicazione che gli attirò le maggiori attenzioni da parte di compagni e autorità fu il trattato di 46 pagine dall’innocuo titolo “La salute è in voi!”, un manuale sulla fabbricazione di esplosivi che (proprio com’era capitato a Most) conteneva alcuni errori nella formula di preparazione della nitroglicerina, rettificati con dei pressanti avvisi su “Cronaca Sovversiva”. Quando, nel 1912, Galleani spostò la redazione della rivista a Lynn, Massachusetts, era ormai diventato la figura di maggiore prestigio dell’anarchismo di origine italiana, tanto da aggregare sulle posizioni antiorganizzazione la quasi totalità dei circoli del New England.

Figura altrettanto carismatica, più per la massa dei lavoratori italiani meno politicizzati che per i militanti, fu Carlo Tresca, nato nel 1879 e pecora nera di una delle famiglie più in vista di Sulmona (Abruzzo). Avvicinatosi alle idee socialiste, Tresca provocò gli ambienti monarchici locali dalle colonne del giornale Il Germe ricevendone in cambio diverse denunce legali che lo spinsero a lasciare il paese. A Losanna incontrò Benito Mussolini, reduce da un dibattito con un pastore protestante durante il quale aveva infiammato gli animi dei presenti dichiarando: “Darò a Dio solo cinque minuti per farmi morire sul colpo. Se non lo farà in questo tempo, vuol dire che non esiste”. Mussolini accompagnò Tresca alla stazione dopo aver passato la notte a discutere con lui e aver deciso che non era sufficientemente “imbevuto dello spirito della rivolta”. Nel salutarlo gli disse: “Bene, Tresca, sono certo che l’America, la potente America farà di te un vero compagno rivoluzionario”, giudizio che Tresca gli avrebbe ricordato con degli ironici telegrammi annuali quando Mussolini diventò il duce del fascismo e dei patti lateranensi.

Sbarcato nell’agosto del 1904, a ottobre Tresca aveva già assunto la direzione de Il Proletario e iniziato una campagna per riorganizzare la Federazione Socialista Italiana frantumata in una serie di sezioni autonome e non coordinate fra loro. Dalle pagine del giornale si scagliò contro la camorra coloniale, quell’intreccio di prominenti (uomini d’affari, diplomatici, preti e mafiosi) che comandava le comunità italiane sfruttando e arricchendosi sulla pelle dei lavoratori. I contrasti con l’ala riformista del Partito Socialista lo portarono ad abbandonare Il Proletario e a collaborare con la neonata IWW. Tresca non aderì mai ufficialmente ma, di fatto, per molti anni fu il referente dell’organizzazione presso i lavoratori italiani nei grandi scioperi che scossero il paese. Sul nuovo settimanale da lui fondato, La Plebe, iniziò anche una durissima campagna contro la chiesa cattolica, attaccando i maiali neri coinvolti in casi di abusi sessuali.

Tresca si definì negli anni socialista, sindacalista rivoluzionario e anarcosindacalista, ma nessuna delle qualifiche era supportata da una forte base teorica. Probabilmente, quella che meglio descrive il personaggio è “libero professionista della rivoluzione”, un uomo che nelle diverse fasi storiche ricercò sempre convergenze più larghe con l’obiettivo di unire il movimento operaio. Questa azione generosa ma, a volte, non priva di contraddizioni, prestò il fianco a sospetti e accuse da parte delle altre componenti del movimento libertario.

Mario Buda, nativo di Savignano sul Rubicone vicino a Rimini, aveva iniziato a 15 anni la sua personale lotta contro il sistema rubando 70 lire dalla cassa di un negozio di ferramenta. Arrestato a causa della confessione del suo amico e complice Amilcare Ravaroli, il giovane Buda era fatto oggetto di questo criptico giudizio dei carabinieri:

Buda Mario, il quale ha dichiarato di nulla sapere al riguardo. Il predetto Buda abbenché impregiudicato è ritenuto capace a commettere atti disonesti, perché dedito all’ozio, ai vizi e più specialmente ai giochi, e quindi convinti anche quando giudicava l’opinione pubblica.[4]

Emigrato una prima volta negli Stati Uniti a 19 anni, nel 1907, vi ritornò sei anni dopo stabilendosi nella “Piccola Romagna” di Roxbury, Massachusetts, dove divenne membro del “Circolo Educativo Mazziniano” e contribuì alla fondazione di una delle poche “Scuole Moderne” aperte da immigrati italiani. Sostenitore dell’azione diretta, come molti militanti si recava nei luoghi dove erano in corso vertenze sindacali per dare una mano agli scioperanti e proprio durante uno sciopero a Hopendale nel 1913 conobbe Ferdinando Sacco, partito cinque anni prima, appena diciassettenne, assieme al fratello Sabino e approdato nella “Piccola Foggia” di Milford, Massachusetts. Mentre Sabino tornava dopo pochi anni al paese natio, Torremaggiore, diventandone sindaco per il Partito Socialista nel 1920, Ferdinando trovava lavoro come operaio calzaturiero specializzato. Nel 1911, a una serata di beneficenza, conobbe la sedicenne comasca Rosina Zambelli che aveva raggiunto la famiglia negli Stati Uniti dopo essere rimasta per alcuni anni in un convento dal quale era uscita convintamente atea e anarchica. Un anno dopo si sposavano e Rosina rimaneva incinta del primo figlio, Dante. Fu lei che aiutò Sacco a maturare una coscienza politica fino ad allora inespressa. Iniziò a frequentare il “Circolo di Studi Sociali” di Milford e fu tra i militanti che collaborarono ai picchettaggi durante lo sciopero dei tessili a Lawrence nel 1912 innalzando lo striscione “No God! No Master!” (Né Dio né Padrone). L’anno successivo si abbonò al settimanale “Cronaca Sovversiva”, come aveva già fatto il piemontese Bartolomeo Vanzetti, emigrato nel 1908 alcuni mesi dopo Sacco. Al contrario di quest’ultimo, Vanzetti non era un lavoratore specializzato e per diversi anni passò da un lavoro precario all’altro: lavapiatti, sterratore, addetto alla caldaia di colata in una fonderia, finché non si stabilì a Plymouth trovando impiego in una fabbrica di cordami. Se le giornate erano contrassegnate dalla fatica, le notti di Vanzetti erano dedicate alla lettura: Marx, Pisacane, Mazzini, Tolstoy, Hugo e Zola avidamente consumati alla fioca luce di una lampada a gas, e poi Dante, Leopardi, Carducci, la storia greca e romana, la rivoluzione francese. L’anarchismo di Vanzetti si formò mischiando la conoscenza appresa dalle letture a quella derivante dalla dura vita quotidiana. I suoi articoli venivano pubblicati da Cronaca Sovversiva e iniziò a tenere conferenze nei circoli di immigrati italiani.

Piemontese come Vanzetti e Galleani era il minatore Emilio Coda, nato a Cossila nel 1881 ed emigrato in Ohio a ventidue anni. Segretario della United Mine Workers nella miniera di Rayland, aveva creato più di un problema ai vertici sindacali col suo rifiuto di sottostare alle decisioni dei dirigenti quando queste, a suo avviso, andavano contro gli interessi dei lavoratori.

Il muratore Giovanni Scussel era sceso dalle Dolomiti nel 1905 per emigrare a Philadelphia dove il suo nome comparve ben presto negli elenchi della polizia, segnalato come “anarchico potenzialmente pericoloso”.

Romagnolo come Buda, Carlo Valdinoci era arrivato da Gambettola nel 1913. Attivo da subito nell’ambiente anarchico, si fece conoscere per diversi articoli pubblicati su Cronaca Sovversiva nonché come raccoglitore di fondi per il settimanale e per la difesa di compagni arrestati. Alto, capelli neri ondulati con ciuffo alla Pompadour, abiti gessati con vistose cravatte o fazzoletti rossi al collo, il suo aspetto elegante unito al modo di fare deciso e sicuro di sé poteva, a prima vista, farlo scambiare per un mafioso ma, ricorda l’anarchico Valerio Isca, l’impressione era subito cancellata dal calore umano e dalla dedizione assoluta alla causa degli oppressi che “non ho mai visto in nessun mafioso”.

 

[1] Errico Malatesta, Vita e Idee, op. cit., p. 99-100

[2] L’Aurora, 1899

[3] Luigi Galleani, La Fine dell’Anarchismo?, Edizioni L’Antistato, 1925, p. 107

[4] Michele Presutto, L’uomo che fece esplodere Wall Street, da Altreitalie, gennaio – giugno 2010

Errico Malatesta

Le immagini di questa pagina e delle successive sono tratte principalmente da testi e archivi personali, oltre che dai seguenti siti e blog:

La tradizione libertaria

Chroniclingamerica

Newspaperslibrary

Centro studi libertari-Archivio Giuseppe Pinelli

A-Rivista anarchica

Umanità nova

Boston public library

La Questione Sociale

La Questione Sociale Paterson (NJ) 11 agosto 1900